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Paolo Benvegnù – TUTTE LE STANZE (E LE STORIE) DEL MIO EARTH HOTEL

Paolo Benvegnù
2 min.

Esiste una perenne e misteriosa alternanza fra luoghi e non-luoghi, spazi vuoti e pieni, pesantezza e leggerezza, qualcosa che si può soltanto percepire e che, per un brevissimo istante, ci fa sentire vivi.

Con il suo ultimo lavoro, Earth Hotel, Paolo Benvegnù prova a raccontare questa danza della vita, attraverso dodici piccole storie malinconiche e lunari. Lo incontro allo studio Jam Recordings, insieme a Michele Pazzaglia, collaboratore, amico, consigliere e in molti casi, argine: si conoscono nel 2002, cominciano a lavorare insieme e costruiscono un sodalizio che va oltre il lavoro e che, di nuovo, si basa sullo scambio fra la mutevolezza dell’uno e la calma dell’altro.

di Lorenza Mangioni – ph: Gianmaria Soglia

Nel mezzo, Città di Castello (qui Paolo Benvegnù ha scritto interamente questo ultimo album), definito «luogo dolce», dove ancora si può trovare «la commistione fra ricco e povero, fra le diverse tipologie umane». A distanza di 3 anni dal precedente lavoro Hermann, in cui la ricerca era appunto sull’umanità, la riflessione di Paolo Benvegnù si sposta e diventa interiore perché la necessità è quella di «scoprire di che cosa abbiamo bisogno e del perché non riusciamo a capire che il nostro è solo un passaggio». Affonda le sue radici qui l’idea dell’hotel, luogo immaginario, funzionale a raccontare il transito di vite che hanno le stesse pulsioni, le stesse passioni, gli stessi desideri, incarnando un unico viaggio, imperfetto, forse doloroso, ma che insegna l’arte della distanza e della disillusione. Scrive a proposito in ‘Sempiterni sguardi e primati’ «Eppure è tutto vero/anche se non c’è niente» e mi dice: «Ho dovuto affrontare le mie paure fino ad incontrare la parte più mostruosa che resta la più vera, quella che ci rende davvero umani, quella che si scopre attraverso i piani ideali di questo albergo e che ci spinge verso l’altro».

[quote]«scoprire di che cosa abbiamo bisogno e del perché non riusciamo a capire che il nostro è solo un passaggio»[/quote]

Gli chiedo se è l’amore il filo conduttore dell’album: «L’amore è il filo conduttore di tutto», risponde sornione.

E forse lui il primo ad amare: ama anche il dolore, ama stupirsi di ogni incontro, di ogni contraddizione, ama la placida vita di provincia e spiega: «Amore deriva dal latino a-mors ovvero senza morte e in fondo tutto quello che facciamo non è una fuga dalla morte?».

Le canzoni di Paolo, il suo modo di condensare vita nella musica, hanno più strati di quanto non si sospetti, e sono figlie dei suoi umori cangianti e del desiderio di narrare un’umanità apolide, senza radici, che non lascia tracce sempre visibili, ma che si interroga sulla realtà come nella bellissima “Orlando”: «Passato lo stupore mi rimarrà il disgusto di vivere a ogni costo senza coglierne il senso». La cura per il linguaggio e per le sue sfumature sono quasi maniacali e rendono a volte il risultato un po’ ostico, ma allegro rivela: «In realtà sono ostico prima di tutto a me stesso».

È un fiume in piena Benvegnù, è colto, è ironico, cita Heidegger, i Beatles, sorride e si fa serio, e ogni tanto cerca con gli occhi una conferma, un assenso da Michele che in modo più concreto ci racconta quale «piccola soddisfazione» sia il tour appena cominciato, 19 date in tre mesi lungo tutta la penisola, spostandosi in furgone, supportati dalla nuova etichetta, la Woodworm, che «ci lascia molta libertà e non ci fai mai sentire la pressione del risultato».

[quote]«Amore deriva dal latino a-mors ovvero senza morte e in fondo tutto quello che facciamo non è una fuga dalla morte?»[/quote]

Si percepisce piuttosto chiaramente questa sorta di leggerezza, la rara capacità di non prendersi troppo sul serio, quando ormai sulla porta, ci si ferma a parlare di cose forse futili, qualcuno si accende una sigaretta mentre piove, fa freddo e pensando alla data di giovedì a Milano, Michele gli chiede: «Paolo ti sei ricordato di prendere il Tachifludec?»

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