logo
logo

Perché è ancora possibile salvare le api

Adelaide Valentini al lavoro con i suoi alveari
5 min.

Non mangeremo più miele? Si parla tanto dello scioglimento dei ghiacciai e del pericolo di estinzione degli orsi polari, ma molto poco, invece, della “sofferenza” delle api, perché? Ma allora è vero che le api si possono estinguere?

Testo Maria Vittoria Malatesta Pierleoni Fotografia Matteo Bianchi

Sono molti dei quesiti a cui ha cercato di dare una risposta esaustiva Marco Valentini, pioniere dell’apicoltura biologica in Italia che nel 1980 ha fondato una delle prime aziende apistiche biologiche.

Vive ad Anghiari (AR) dal 1994 e svolge la professione di apicoltore, certificando la propria azienda secondo il metodo di agricoltura biologica di cui è anche manager.

Nel 2014 ha creato il bee-friendly CAMPUS che gestisce con i figli Adelaide e Lorenzo e che ha formato in soli 5 anni più di 1.000 apicoltori con un approccio etico e sostenibile e la prima community in Italia volta a fornire un aiuto agli imprenditori ed appassionati del settore.

Oltre ad essere docente di corsi di formazione e convegni riguardanti l’analisi sensoriale del miele, apicoltura biologica, biologia delle api, patologia apistica, vanta numerose collaborazioni con aziende leader nel settore della medicina naturale quali Aboca Erbe SPA ed è socio di Agronomi Senza Frontiere con all’attivo molti progetti umanitari.

Un curriculum davvero notevole, insomma. 

Anche per questo abbiamo chiesto a Marco di fare un po’ di chiarezza sul delicato tema della sopravvivenza delle api.

Apicoltore, insegnate, manager di una delle aziende leader nel settore apistico… viene da chiedersi innanzitutto da dove nasce la passione per questi insetti incredibili?

«È una domanda molto complicata alla quale nemmeno io saprei come rispondere.

L’amore per gli animali e l’ambiente lo coltivo da sempre, ma forse potremmo partire da quando si era formato uno sciame a casa di quella di che poi sarebbe diventata mia moglie.

Ero amico di suo fratello, studente all’epoca di Veterinaria, e insieme lo abbiamo preso.

Io mi ero iscritto ad Agraria e anche se poi non ho terminato gli studi, ho poi continuato su questo filone».

Perché la scelta dell’apicoltura biologica?

«La bioetica è una filosofia di vita che seguo fin da ragazzo e che ho portato avanti anche quando ho cominciato a produrre miele.

Questa parola, per il senso comune, richiama uno stile che forse non si comprende bene fino in fondo, c’è chi intende infatti cibi sani, senza residui chimici.

Si tratta però solo della parte culminante di un progetto più ambizioso che si propone di dimostrare che c’è una via per produrre gli alimenti, alternativa alla tendenza dominante, priva di plastica, inquinamento all’ambiente e che evita l’uso dei pesticidi.

Noi siamo stati pionieri in questo settore.

Quando negli anni Settanta si respirava un’aria di innovazione auspicando un mondo diverso, in agricoltura questo si è tradotto senza dubbio nella scelta del biologico.

Noi siamo qui a dimostrare che vivere così è possibile e anche economicamente funziona».

Come spiegherebbe allora il concetto di bee-friendly?

«Il bee-friendly poggia le basi sulla pratica di un allevamento che rispetta non solo le api ma che è amico degli animali in quanto tali.

Noi, nello specifico, cerchiamo di produrre al meglio il nostro miele e allevare le api sane.

Forse dovremmo tornare a considerare gli animali come erano nell’antichità, quando prima di sacrificarli si compivano dei riti in segno di rispetto: si possono utilizzare i loro prodotti ma anche averne il massimo rispetto in quanto ci offrono loro stessi».

Perché la minaccia che riguarda la sopravvivenza delle api è avvertita ora più che mai?

«Perché la situazione sta peggiorando.

Già nel 2002 c’erano state mortalità importanti negli alveari, pari al 30% del totale in Spagna, Italia, Francia, numeri che in un altro tipo di allevamenti sarebbero stati etichettati come una catastrofe.

Fortunatamente l’ape, che è un animale molto prolifico e ama l’abbondanza, può ricreare in modo abbastanza semplice delle nuove colonie così le notizie su questa moria non hanno avuto troppa risonanza.

Quando però nel 2007 è successa la stessa cosa anche in America, dove sono morti fino all’80% degli alveari e l’impatto mediatico è molto forte, tutta l’opinione pubblica mondiale ha scoperto che le api erano e sono tuttora in pericolo.

Ciò ha avuto ripercussioni economiche e non solo.

L’agricoltura negli Stati Uniti è a livelli industriali molto spinti, basti dire che l’80% di tutte le mandorle del mondo viene prodotto in una valle della California.

Quando si è scoperto che non c’erano abbastanza api, sono stati richiamati gli apicoltori che vengono pagati appositamente per fare impollinazione.

Il reddito dell’apicoltore ha cominciato così a non dipendere più solo dalla produzione di miele ma dall’impollinazione che è diventato un vero e proprio lavoro.

Questo ci fa capire che siamo in mano agli apicoltori da una parte e alle api dall’altra.

Se gli apicoltori smettessero di fare il loro lavoro e se le api morissero, ci sarebbe una carestia paurosa».

Quali potrebbero essere le conseguenze della scomparsa delle api?

«Le api hanno un ruolo insostituibile per la salvaguardia del pianeta e per la sicurezza alimentare mondiale.

Si tratta di organismi che ricoprono un ruolo chiave nella conservazione della biodiversità grazie alla capillare azione di impollinazione: 70 delle 100 più importanti colture a scopo alimentare non esisterebbero senza la sola Apis mellifera.

Purtroppo, l’alterazione degli ecosistemi, dovuta alle violenze ambientali perpetrate dall’uomo nella sua corsa al profitto che include l’uso di pesticidi e veleni e dalla scarsa tutela della genetica delle api ha creato un ambiente sempre più ostile che minaccia il benessere e la sopravvivenza di questi animali.

Perderne l’unicità biologica significherebbe andare incontro al rischio di disastro ambientale e non solo.

L’ape impollina gratuitamente; qualora non lo facesse più, lo stesso lavoro, fatto dall’uomo avrebbe un costo che ricadrebbe sulla comunità».

Come si potrebbe dunque affinare la consapevolezza del vivere in maniera etica in questo senso?

«La politica dovrebbe occuparsene in prima persona e prendere dei provvedimenti volti alla sostenibilità.

Ad esempio, dovrebbe provvedere ad eliminare gli erbicidi.

Chi produce biologico è la prova che si può coltivare senza fare uso di questi pesticidi.

Temo tuttavia che molti agricoltori non si rendano neanche conto di quanto sia minacciata la sopravvivenza delle api e andrebbero sensibilizzati in questo senso.

Del resto, sono persone abituate a pensare in maniera ecologica in quanto subiscono anche loro i danni provocati da un ambiente degradato.

È un dato di fatto che non esista nessuna pratica umana che può essere economicamente sostenibile senza esserlo anche dal punto di vista della tutela ambientale.

Le battaglie per un mondo migliore devono partire dal quotidiano!»

Un prezioso contributo arriva anche dal libro Perché è ancora possibile salvare le api e come l’ho spiegato a mia nipote. Qual è stata la spinta decisiva a scriverlo?

«All’inizio doveva essere un articolo di risposta alle numerose critiche rivolte da parte di alcuni estensori alla Carta di San Michele all’Adige, un documento scientifico redatto da apicoltori e ricercatori che denuncia che l’ape deve essere tutelata e rispettata anche dal punto di vista genetico.

Volevo replicare alle accuse usando un linguaggio semplice e immediato e al tempo stesso approfondire tutti gli aspetti che riguardano il rischio del declino delle api.

Quando però il numero di pagine è cresciuto al punto da non potersi più definire “articoletto” mi è venuta l’idea di trasformarlo in un testo rivolto ai più giovani che spiegasse in termini facili concetti difficili.

La struttura dialogica è quindi funzionale a questo tentativo di semplificazione.

La mia nipote “effettiva” è ancora troppo piccola per comprendere le conseguenze della mancata tutela delle api così mi rivolgo in modo più ampio ad ipotetici nipoti, con conoscenze scientifiche di base.

L’idea di fondo rimane quella di sviluppare una coscienza etica tale da limitare i danni e sono contento di aver scritto questo testo per le generazioni future, le uniche che potranno effettivamente salvare il mondo.

«I bambini sono i migliori ambientalisti, li rovinano gli adulti quando cominciano a parlare della sostenibilità economica».


www.bee-friendly.it
www.bioapi.it
www.apisnaturae.com


Post simili

Pubblicato da

Maria Vittoria Malatesta Pierleoni

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.