“A Pompei ed Ercolano ho toccato la storia con mano. Sì, sono un ragazzo fortunato”

Pier Paolo Metelli è il fotografo che ha firmato le guide ufficiali delle due città distrutte dell’eruzione del Vesuvio. Ha mappato gli scavi, ha poi vissuto due mesi di notte nei Musei Vaticani, ha una passione per il vino della sua Montefalco e un sogno nel cassetto.

di Andrea Luccioli
Andrea Luccioli - ritratto in bianco e nero
Andrea Luccioli

Pier Paolo Metelli durante l’intervista lo ripete più volte: “Sono un ragazzo fortunato, lo so”.

Classe ’77, nato a Foligno, ma da anni felicemente cittadino di Montefalco, Pier Paolo Metelli prima di essere un grande fotografo è un ragazzo appassionato e appassionante.

Uno cui brillano gli occhi ogni volta che racconta come ha iniziato, dai primi reportage in giro per il mondo, al furto subito di 40 rullini in Costa Rica, dall’inizio della carriera da “pro” alle notti passate nei Musei Vaticani.

Lui, dopo dodici anni di fabbrica, ha deciso di fare il grande passo e seguire la sua passione per la fotografia.

Tanti incarichi bellissimi legati alla sua terra e quella chiamata per il “Grande Progetto Pompei”, una roba da raccontare ai nipotini.

Ci confessa di “annoiarsi con i social”, che il tempo buono va dedicato alla vita reale e a chi vorrebbe lavorare in questo mondo ormai livellato dal digitale consiglia solo una cosa: “Ragazzi, la fotografia serve a lasciare una traccia. Prendetevi il tempo giusto per ogni scatto”.

Gli Scatti

L’intervista

Raccontaci il tuo inizio.

“Ho cominciato a scattare fin da piccolo, la fotografia è una passione che ho sempre avuto.

A un certo punto si è anche incrociata con un altro mio grande amore, quello per i viaggi.

Ho girato 38 Paesi scattando migliaia di foto. È stato questo il mio inizio.

Quel materiale che raccoglievo poi mia capitava di utilizzarlo per partecipare a concorsi e mostre”.

E il grande passo?

“Ho smesso di essere un fotoamatore quando ho aperto la partita IVA.

Ho lasciato il mio precedente lavoro da operaio e dopo 12 anni in fabbrica ho deciso di diventare un professionista. L’occasione è arrivata grazie al mio ‘talent scout’, Valentino Valentini, ex sindaco di Montefalco.

Lui mi ha cercato per realizzare dei lavori nelle strutture ricettive di Montefalco e per la Strada del Sagrantino. Da lì è iniziato un percorso che mi ha portato fin qui.

Come è cambiata la tua fotografia negli anni?

“All’inizio scattavo su pellicola e diapositive. Erano altri tempi, era un’altra fotografia.

Quando facevo diapositive, da fotoamatore, mi ricordo che ogni volta che rientravo da un viaggio mettevo insieme i 50 scatti migliori e li proiettavo per i miei amici.

Insieme sceglievamo quelle più belle. Sembra una vita fa, di certo era un altro modo di vivere la fotografia.

Anche perché era sicuramente una fotografia molto più complessa e difficile.

Con tanti possibili inconvenienti. Ricordo che una volta, in Costa Rica, avevo appena terminato un reportage bellissimo di cui ero orgoglioso.

Un attimo di distrazione e a San Josè mi rubarono tutto: macchina, obiettivi e 30-40 pellicole.

Andai alla polizia, mi dissero che il mio set era di sicuro già in vendita in qualche mercatino”.

Poi è arrivato il digitale.

“Un grande vantaggio in termini di praticità e sicuramente anche una garanzia di buona qualità, soprattutto adesso.

Ma la tridimensionalità delle diapositive è ancora inarrivabile! Così come tutto quello che c’è intorno a un singolo scatto.

La fotografia è come un vino. Per fare un buon vino hai bisogno di tempo, cura, passione.

Lo stesso vale quando scatti una foto. Con l’avvento del digitale si è perso spessore emotivo, l’immediatezza del digitale ha tolto qualcosa di magico alla fotografia.

Abbiamo perso fascino, ora siamo diventati dei consumatori”.

Come se ne esce?

“Non è semplice. I cellulari e i social hanno stravolto il mondo della fotografia, lo hanno livellato verso il basso.

Solo chi veramente ha qualcosa in più potrà emergere, lo dico sempre quando tengo qualche corso di fotografia.

Bisogna uscire dal flusso mainstream, trovare delle storie da raccontare con un modo personale, essere unici.

E poi crescere sempre, aumentare la qualità.

Per questo mi sono comprato una macchina medioformato, è incredibile e mi è servita per realizzare gli scatti nel sito archeologico di Ercolano”.

Prima di parlare di scavi parliamo di social.

“Non ho un buon rapporto con i social. Richiedono un grande impegno di tempo.

Ogni tanto quando faccio qualche lavoro cui sono particolarmente legato lo condivido, nulla di più.

Figurati, ho un sito fermo a sette anni fa.

Sarò sincero: la verità è che spesso mi annoio a guardare le foto su Instagram, c’è poco materiale originale, è tutto consumismo.

E poi preferisco vivere invece che stare sui social”.

Però il mondo sembra girare in un altro modo…

“Dipende. Io credo che la fotografia abbia un compito: lasciare una traccia del nostro passaggio.

La documentazione di questo tempo, delle storie, delle persone, rimarrà ai posteri.

Quando scattiamo dovremmo sempre chiederci: cosa sto lasciando?

Ho un archivio di migliaia di foto, sono sicuro che tra cento anni tutto questo avrà un valore e sono felice di questo”.

E veniamo alla tua passione per l’archeologia…

“Tutto è iniziato con il Grande Progetto Pompei con cui il Governo italiano ha avviato una campagna di tutela dell’area archeologica di Pompei attraverso una serie di interventi conservativi tra cui la mappatura di tutta l’area.

Io sono stato chiamato nel 2015, tramite la RPA di Perugia, a fotografare tutta la città riemersa dagli scavi.

È stato incredibile, una folgorazione. Ho passato cinque mesi a Pompei, sono rimasto ore dentro le case riemerse dopo secoli.

Sono stato lì da solo, le ho vissute, ho immaginato la vita di chi le abitava, sono stato a contatto con un mondo dove il tempo si è fermato.

È stato un lavoro che mi ha stravolto”.

Non capita tutti i giorni.

“Sono consapevole di aver partecipato a qualcosa di eccezionale, sono stato un privilegiato.

Mi è addirittura capitato di salire sul palco dove avevano suonato i Pink Floyd.

Sono entrato nelle case chiuse al pubblico, ho avuto davanti cassette piene di affreschi.

Ho visto tutto, anche l’Orto dei Fuggiaschi e ogni giorno rimanevo senza parole, sbalordito da tanta bellezza.

È stato anche un lavoro faticoso, sotto certi aspetti massacrante.

Così come è stata strana la sensazione che ho avuto al termine di questa esperienza: mi sono sentito svuotato eppure così arricchito.

Non dimenticherò mai quelle sensazioni”.

E poi?

“Dopo quel lavoro di mappatura e catalogazione sono stato chiamato da Arte’m, gli editori della guida ufficiale di Pompei.

Mi hanno chiesto di realizzare gli scatti per la nuova guida.

Poi è stata la volta della guida ufficiale di Ercolano, un lavoro che ho ripreso di recente dopo lo stop per il Covid.

In mezzo a tutto questo, per conto di Archimede Arte, ho lavorato all’interno dei musei Vaticani, di notte, per due mesi.

Un’altra esperienza eccezionale!”

Arte, storia, ma anche architettura e vino…

“Lavoro molto con le cantine umbre, sono stati i primi progetti che ho seguito dopo aver scelto di fare della fotografia una professione.

Sono un ragazzo fortunato. Un giorno mi chiamarono i Lunelli, delle cantine Ferrari.

Stavano realizzando la Tenuta Carapace a Bevagna, l’opera di Pomodoro.

Mi hanno affidato l’incarico di seguire tutta la costruzione, è stato bellissimo”.

Lavori molto con la “tua” Umbria.

“E questo mi riempie di gioia perché amo la mia terra.

Ho la fortuna di realizzare lavori fotografici di architettura per diverse strutture ricettive, per cantine, per frantoi e molto altro”.

Sogno nel cassetto?

“Da ragazzo sognavo di fare reportage. Tutto è cominciato lì.

Nei miei primi viaggi ho raccontato i cercatori d’oro, la vita nelle discariche e molte altre storie di Paesi lontani.

Sono state esperienze che mi hanno dato molto. Poi mi hanno chiamato per tanti lavori e ho dovuto mettere un po’ da parte i reportage.

Spero in futuro di potermi prendere un paio di mesi l’anno per me e ricominciare a girare il mondo per fare reportage”.

Pierpaolo Metelli / Bio

Pier Paolo Metelli - Self Portrait
Pier Paolo Metelli

Pier Paolo Metelli nasce a Foligno nel 1977. Si appassiona alla fotografia già da giovane e frequenta diversi corsi per apprenderne le tecniche e le infinite possibilità di creazione artistica. La sperimentazione fotografica trova ampia espressione durante i suoi viaggi.

Visita decine di Paesi tra Europa, America Meridionale e Africa dove ha eseguito numerosi reportage. Nel 2015 viene chiamato a lavorare per il famoso progetto mondiale “GPP”, il Grande Progetto Pompei.

Lavora per 4 mesi negli Scavi di Pompei fotografando buona parte degli ambienti della Regio I per conto dello studio di architettura di Perugia RPA. Nel 2016 la Arte’m di Napoli gli commissiona la guida ufficiale degli Scavi di Pompei.

Nel 2017 lavora due mesi nei Musei Vaticani per conto di “Archimede Arte”. Sempre Arte’m gli commissiona poi la nuova guida ufficiale degli Scavi di Ercolano. Le sue foto sono inoltre pubblicate su Dove, AD, Io Donna, Le Figaro Histoire, Gambero Rosso.

INFO

pierpaolometelli.com

facebook/PierPaoloMetelliFotografo

instagram/pierpaolometelli

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Andrea Luccioli

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