Professione: Attivista. A tu per tu con Irene Facheris (in arte Cimdrp), la femminista più “Bossy” d’Italia

Irene Facheris, in arte Cimdrp, è una delle voci più lucide e interessanti del discorso di genere. Lei aiuta a “sviluppare i muscoli relazionali” e parla ogni volta “che c’è una discriminazione”. Ha iniziato anni fa con un canale YouTube, ora la possiamo ascoltare spesso live su Instagram.

TESTI: Maria Vittoria Malatesta Pierleoni

Può un concetto complesso come quello del femminismo e della parità di genere essere espresso in parole semplici? Sì, se a spiegarcelo è Irene Facheris, in arte Cimdrp. Milanese classe 1989, pioniera nel portare online il tema dei gender studies, è una formatrice che ha fatto dell’individuo il soggetto dei suoi studi. Si occupa di parità ma soprattutto di persone, indipendentemente dal loro genere, orientamento sessuale, etnia, credo o cultura di appartenenza. Orgogliosamente responsabile del peso di ogni parola che pronuncia, lotta contro le discriminazioni e disuguaglianze maschili e femminili. La sua sensibilità e capacità le hanno permesso di sfruttare più canali, da Youtube, live streaming, podcast ai libri per fare cultura e andare oltre gli stereotipi. E lo ha fatto così bene che Bossy, l’associazione di cui è presidente dal 2014 è diventata il miglior sito LGTB d’Italia, i suoi libri sono diventati manuali di formazione per i giovanissimi e è stata menzionata tra le donne più influenti del 2020.

Sei un’attivista femminista intersezionale, 9 su 10 lettori si stanno chiedendo ora cosa significa. Puoi provare a spiegarcelo?
“Sono una formatrice perché aiuto le persone a sviluppare i muscoli relazionali, comunicare e ascoltare nella maniera più utile e dalla passione per gli studi di genere, le guido anche a diventare consapevoli dei propri privilegi. Mi considero un’attivista perché quando c’è una discriminazione, parlo. Femminista perché credo nella parità politica sociale ed economica tra i generi e perché la nostra società considera ancora il femminile come inferiore. Parità non è uguaglianza, uomini e donne sono diversi ma questa diversità non può giustificare discriminazioni. Intersezionale perché il femminismo chiede di guardare alle discriminazioni con uno sguardo ampio e tutte insieme, non come se fossero compartimenti stagni ed è funzionale a sensibilizzare chi non le vive in prima persona che è invitato a riflettere su come poter aiutare”.

Sei laureata in psicologia dei processi sociali, decisionali e dei comportamenti economici, sei una formatrice da oltre 10 anni e ti occupi di gender studies e parità. Come è cambiata la nostra società su questi temi da quando hai iniziato a parlarne?
“Ho iniziato a parlare di questi temi nel 2014 e online non erano mainstream. Il Femminismo era relegato ad ambienti più accademici. Grazie all’informazione che io ed altre persone abbiamo cominciato a fare oggi è un tema caldo nel bene e nel male perché purtroppo se ne parla anche senza avere competenze. Vedo più consapevolezza nei giovani ma manca ancora un occhio critico pronto a contenere tutta la complessità del tema”.

Quelli di Repubblica ti hanno messo in un calderone con altre 49 donne per scegliere chi sarebbe stata la donna dell’anno 2020. La tua risposta non si è fatta attendere e hai preso una posizione dura contro il “metodo” e le finalità dell’iniziativa di Repubblica. Ne vogliamo parlare?
“Non mi piace la competizione con altre donne e ho immediatamente espresso il mio pensiero. C’era una fallacia logica nell’iniziativa di Repubblica. Posto che non mi piace la logica dell’“uno su mille ce la fa”, la migliore andrebbe cercata all’interno di un campo di stesse competenze. Ho apprezzato molto di più Il Corriere della Sera che mi ha segnalata tra le donne più influenti del 2020 o Il Sole 24ore che mi ha inserita tra le italiane che hanno lasciato un segno per aver fatto qualcosa di interessante o di utile”.

Ci racconti come è nata l’esperienza di Bossy e il suo valore oggi, a quasi sette anni dalla sua fondazione?
“Bossy nasce dall’esigenza di parlare di questi temi in forma scritta con un linguaggio accessibile e facilmente fruibile a diversi pubblici. Gli articoli hanno portato ad una redazione che è crescita col tempo e all’interno della quale c’è un continuo ricambio generazionale. Dato il seguito, abbiamo deciso di fare anche degli eventi per riportare sotto i riflettori l’importanza della dimensione corporea dell’attivismo. L’attivismo si fa essendoci. Causa Covid abbiamo dovuto fermare molti progetti ma continuiamo a tenere compagnia a chi ci segue online”.

Dal tuo osservatorio hai sicuramente una vista molto ampia sul tessuto sociale del nostro Paese, quali sono gli stereotipi di genere che ancora resistono e che sono difficili da estirpare?
“Sicuramente quello che ci sia un solo modo di essere un uomo e che il suo valore dipenda dai suoi soldi, dal suo potere e forza. É uno stereotipo che gli uomini fanno fatica a scrollarsi di dosso perché mancano di circa 50 anni di autocoscienza. Gli anni 70 hanno portato le donne a riunirsi in gruppi per parlare dei loro problemi che benché non completamente risolti sono sempre più definiti. I cerchi di uomini che provano a decostruire la figura maschile cominciano ad esserci adesso e sono pochissimi. Un altro stereotipo che si riversa nella quotidianità è il binomio donna-madre e più in generale figura di cura, dedita alla casa e della famiglia. Come dimostrano le statistiche, più della metà delle donne che ha l’età per lavorare non lo fa”.

Ti capita a volte di raccontarti sui social, di parlare apertamente delle tue fragilità. È un passaggio forte, potremmo dire molto coraggioso. Secondo te perché di fragilità e di emozioni profonde si parla ancora così poco e quando lo si fa si rischia per essere nel migliore dei casi fraintesi?
“Veniamo giudicati per le emozioni che proviamo, non poter scegliere quali provare ci fa sentire intimamente sbagliati e questo di per sé comporta disagio. Abbiamo un rapporto tabù con le emozioni, come esseri umani. Alle donne è concesso manifestare quelle che vengono considerate deboli come la fragilità perché ce lo si aspetta mentre dagli uomini no, sebbene anche loro le provino così crescono interiorizzando il concetto di doverle nascondere ma soprattutto di reprimerle per non affrontarle. Non avendo mai imparato e gestirle, disfunzionalmente sfociano in comportamenti aggressivi nei confronti delle donne o di loro stessi”.

A inizio pandemia c’era chi diceva che ne saremmo usciti migliori. I fatti ci dicono praticamente l’opposto. Ci è sembrato però che il lockdown sia stato un momento di riflessione in cui si è riusciti a parlare molto di più delle questioni di genere. Forse qualche passo in avanti lo abbiamo fatto?
“Tante persone si sono ritrovate con del tempo libero che hanno deciso di impiegare per approfondire e formarsi sui temi di genere. L’altro lato triste della medaglia è che le spese di questa pandemia le hanno fatte le donne. Il lockdown è stato tenuto in piedi dal sacrificio di tutte le madri che hanno smesso di lavorare per accudire i figli a casa. La pandemia ha mostrato come le donne siano le prime da poter sacrificare appena c’è una situazione di emergenza”.

Hai iniziato con YouTube, oggi vai fortissimo con le dirette di Instagram, hai scritto dei libri, insomma, operi su più media molto diversi tra loro, pensi che ci sia un canale più adatto per affrontare il tema della parità?
“I social che hanno un pubblico con l’età media più alta sono i peggiori perché fanno più difficoltà ad ascoltare. Credo però che a fare la differenza sia l’approccio più che la piattaforma. Io progetto la mia comunicazione di modo che sia utile ed efficace come se dall’altra parte ci fosse una perso2na che ha tutti gli strumenti per capire e che va solo aiutata a leggere le realtà in un certo modo.

INFO

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Maria Vittoria Malatesta Pierleoni

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