Quando si chiude una porta, si apre un portone – EMANUELA SPLENDORINI – La borsa delle donne

Questo detto lo consociamo tutti ma in questo articolo e in questo tempo, vorrei dargli un significato diverso.

di Emanuela Splendorini

È inutile fare finta che dopo il lockdown tutto stia tornando alla normalità e che tutto tornerà come prima.

Tutto sta cambiando, che lo vogliamo o no e tutto cambierà ancora di più nei prossimi mesi.

Questo stato di cose ci impone di cambiare, che lo vogliamo o no, che ci piaccia o no.

E’ naturale che la prima reazione emotiva al cambiamento sia quella del rifiuto, perché cambiare significa uscire dalla nostra zona di confort, da quello che conosciamo di noi stessi e del nostro mondo.

La difficoltà nel decidere di cambiare si racchiude nel fatto che siamo abituati a quello che c’era prima di ora e abbiamo finito per credere che quella fosse l’unica possibilità.

Ma quella porta che abbiamo attraversato tanto tempo fa e che ci ha portati nella nostra zona di comfort, ora si è chiusa.

Senza il nostro consenso, senza che lo avessimo scelto e siamo in crisi.

In giapponese la parola CRISI si scrive con due ideogrammi: PERICOLO e OPPORTUNITÀ. Noi occidentali siamo abituati a pensare alla CRISI solo come “stato di forte perturbazione nella vita di un individuo o di un gruppo di individui con effetti più o meno gravi “ (vedi Treccani, Vocabolario della lingua italiana).

Per noi la crisi è solo crisi.

Non siamo, forse, geneticamente abituati a vederne l’opportunità.

Ciascuno di noi, per arrivare ad attraversare quella porta che ora si è chiusa ha, per le ragioni più disparate, rinunciato ad aprirne altre.

Questo è il momento che ci da la possibilità e il permesso sia a livello personale, che familiare e sociale di andare ad aprire quei portoni che abbiamo lasciato chiusi durante il nostro viaggio o di aprire quelli nuovi che non pensavamo di potere o di avere il diritto di aprire.

Questo è il momento nel quale ci si chiede di rimboccarci le maniche e di costruire.

Non di lamentarci.

Questo è il momento di dare vita, forma, struttura e corpo ai nostri sogni, ai nostri progetti dimenticati o a quelli che non ci siamo mai dati il diritto e il permesso di realizzare.

In quei sogni e in quei progetti, c’è una parte di noi che pulsa e che chiede solo di essere liberata.

I nostri nonni hanno ricostruito l’Italia nel Dopoguerra con meno risorse e meno possibilità di noi, ma avevano chiaro che dovevano agire, che dovevano ricostruire, che non potevano starsene con le mani in mano ad aspettare che qualcuno lo facesse al posto loro, che forse le cose si sarebbero sistemate da sole.

Ognuno di noi sa in cuor suo, che stiamo entrando nel “Dopoguerra”, che siamo in crisi, ma pochi vedono che questo ci dà la possibilità e il diritto di trovare il coraggio di cambiare le cose per noi stessi, per chi ci sta accanto e per chi ci guarda.

È una reazione a catena.

Perché il coraggio, la forza e la visione si trasmettono tanto quanto la paura e il senso di impossibilità.

La vita accade nella misura e nella forma che le permettiamo di accadere… il principio è sempre lo stesso, senza eccezioni.

laborsadelledonne.it

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Emanuela Splendorini

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