QUELLO CHE INFERNO NON È

Andrea Luccioli mentre sorride

“Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Questa frase è un lampo, un’illuminazione. 

di Andrea Luccioli

Chiude “Le città invisibili” di Italo Calvino e mi è comparsa davanti qualche giorno fa mentre leggevo un intervento su TLON, spazio di filosofia per la fioritura personale (Non lo conoscete? Magari ne parliamo nel prossimo numero). Quella frase è la risposta di Marco Polo alla domanda finale che il Kublai Kan pone all’avventuriero italiano dopo pagine e pagine di racconti sulle città immaginarie. 

Perché le parole di Polo sono così importanti oggi, anno domini 2021? Perché sono un balsamo per le asperità di questi mesi pandemici così complessi, sfidanti, dolorosi. Calvino, magico e immaginifico come solo lui ha saputo essere, ci dà una lezione buona. Un amuleto per il cammino sbilenco in cui siamo finiti. L’inferno di cui parla è il presente. Quello che viviamo ogni giorno. Una condizione con cui fare i conti. L’inferno, però, si può affrontare in due modi, spiega Marco Polo. Possiamo accettarlo, prenderne e farne parte fino al punto di farlo scomparire. O meglio, di scomparire noi stessi: essere inferno per non vederlo più. Questo significa conformarsi all’orrore, è la strada più battuta. D’altronde, sostiene Manuel Agnelli, “l’odio è un carburante nobile”. E l’odio all’inferno è sempre in saldo.  

Poi c’è la seconda via, quella sicuramente più complessa, che richiede sforzo continuo. Anzi, richiede occhi attenti e cuore. Ed ecco il balsamo. Questo secondo approccio ci impone di reincantare il disincantato, trovare in ogni fessura la meraviglia. E darle spazio. Un po’ come ha urlato mille e più volte quell’intellettuale disperato e incosciente di Pierpaolo Capovilla quando con il suo Teatro degli Orrori cantava: “Qualcuno che sa bene che è maligno il mondo ma che nel cuore infondo riconosce sempre il bene dal male”. Il paradiso esiste, magari è un attimo, ma esiste. Tocca a noi trovarlo, farne casa, amplificarne il segnale. Challenge accepted?

In questo numero di The Mag qualche lampo di paradiso abbiamo provato a metterlo in fila anche noi. Lo abbiamo fatto curando quella parte della nostra anima che in questi mesi è stata messa in ultima fila, in punizione. Mi riferisco alla cultura e all’arte, momenti della nostra vita che sono rimasti sempre ai margini del frame quotidiano e del discorso politico. Comprensibile in una prima fase di totale emergenza e impreparazione, quanto ingiustificato però è stato l’accanimento con cui si è abbandonato un intero settore che, oltre a dare lavoro a migliaia di persone, è in grado di farci vedere il paradiso in mezzo all’inferno. 

Il paradiso quaggiù è un attimo, il tempismo è tutto. Come nel caso del volto che vi guarda in copertina e che vi fissa anche se capovolgete la copertina. Quello è un pezzo di street art che non c’è più. E’ durato un paio d’anni, forse qualcosa di più. Si trovava nei pressi della stazione di Perugia, quartiere Fontivegge (luogo che più volte è stato dipinto come un inferno). Lo ha realizzato ACHE77 in un piccolo parco urbano per i writers. Ora c’è un altro murales al suo posto. Ma noi abbiamo custodito quel pezzo di paradiso. La nostra città visibile.

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