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“Retrospective” la mostra dedicata a Robert Capa

2 min.

La Mole Vanvitelliana di Ancona ospita dallo scorso 16 febbraio “Retrospective“, la mostra dedicata a Robert Capa, uno dei più importanti fotoreporter del ventunesimo secolo e padre fondatori, insieme ad Henri-Cartier Bresson, George Rodger, David Seymour e William Vandiverd dell’agenzia Magnum Photos.

Testo e foto di Maria Vittoria Malatesta Pierleoni

Curata da Denis Curti, “Retrospective” riprende fedelmente l’esposizione originariamente curata da Richard Whelan, biografo e studioso di Robert Capa, pseudonimo per l’ungherese Endre Friedmann (Budapest, 22 ottobre 1913- Thai Bihn, 25 maggio 1954).

Articolata in 13 sezioni la rassegna è composta da oltre 100 immagini in bianco e nero che offrono più di una lettura:

  • Copenhagen 1932,
  • Francia 1936-1939,
  • Spagna 1936-1939,
  • Cina 1938,
  • Gran Bretagna e Nord Africa 1941 – 1943,
  • Italia 1943 – 1944,
  • Francia 1944,
  • Germania 1945,
  • Europa orientale 1947,
  • Israele 1948-1950,
  • Indocina 1954.

Così il visitatore – spiega il curatore – potrà decidere su quale orientare la propria attenzione: la storia recente, le guerre, le passioni, gli amici.

Sarebbe riduttivo etichettare Capa come fotografo di guerra sebbene lo scatto del miliziano ferito a morte durante la Guerra civile spagnola sia diventata l’icona che lo ha consacrato al fotogiornalismo.

Quest’ultima, insieme alla serie di fotografie dello sbarco in Normandia delle truppe americane, contraddistinte dall’essere straordinariamente ravvicinate sui campi di battaglia, sono sì il centro del suo lavoro ma ad Ancona c’è anche tanto altro.

Eliminando le barriere fotografo e soggetto, dai suoi scatti emerge quel sentimento tipico di chi in prima persona aveva vissuto esperienza analoghe a quelle immortalate.

Come scrisse il suo amico John Steinbeck Capa sapeva di non poter fotografare la guerra perché è soprattutto un’emozione.

Ma è riuscito a fotografare quell’emozione conoscendola da vicino, mostrando l’orrore di un intero popolo attraverso gli occhi di un bambino.

Assai interessante è la sezione dedicata alle fotografie scattate da Robert Capa in Sicilia, tra il 1943 e il 1944.

In essa sono riuniti molti primi piani, scattati nei paesi dell’ entroterra in cui sono passate le truppe americane dopo il loro sbarco nell’Isola: sono ritratti di gente comune entusiasta ed ospitale, proprio come il piccolo pastore di Troina intento ad indicare la strada a un grande soldato statunitense.

È in queste foto che Capa corrobora l’idea che

“Se le tue foto non sono abbastanza buone, non sei abbastanza vicino”

perché è da vicino che la fotografia diventa un’emozione.

Questo mantra è anche la frase scelta dalla Magnum Photos per festeggiare il traguardo dei 70 anni di attività.

Sofferenza, miseria, caos e crudeltà ma anche intimità, immediatezza, calore ed empatia.

Raramente ha fotografato morti o feriti gravi prediligendo ritrarre i sopravvissuti, nonostante la totale distruzione.

Molte immagini hanno raccolto le gioie della pace e il trionfo dello spirito umano malgrado le avversità.

Se la tendenza della guerra è quella di disumanizzare, la strategia del fotografo ungherese è stata quella di “ripersonalizzarla” registrando singoli gesti ed espressioni del viso della gente comune.

Completano il percorso le sezioni dedicate ai ritratti che testimoniano come si distinse anche come fotografo in tempo di pace, ritraendo artisti, come i pittori Pablo Picasso e Henri Matisse, fotografi, attori come Ingrid Bergman, Gary Cooper, intellettuali del calibro degli americani Ernest Hemingway e il trittico che omaggia la relazione con Gerda Taro, la ragazza con la Leica.

Dopo quelle di Steve McCurry, Henri Cartier-Bresson e Sebastiao Salgado, questa mostra completa un percorso espositivo che il Comune di Ancona e Civita Mostre e Musei in collaborazione con Magnum Photos e la Casa dei Tre Orci hanno voluto dedicare ai grandi maestri della fotografia del Novecento e contemporanea.

Pe maggiori informazioni:

www.mostrarobertcapa.it

Pubblicato da

Maria Vittoria Malatesta Pierleoni

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