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Salvatore Sciarrino – essere un autodidatta

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4 min.

Da Palermo dove è nato, il Maestro Salvatore Sciarrino ha scelto di risiedere a Città di Castello, come ha raccontato anche in una recente intervista al Guardian.

Le sue opere sono state eseguite e apprezzate nei più importanti teatri del mondo, dalla Scala di Milano, al Lincoln Center di New York, ma da ormai molti anni, il luogo dove vengono concepite e composte è qui tra le nostre valli.

The Mag ha incontrato il Maestro Salvatore Sciarrino e ne è derivata una chiacchierata all’insegna dei ricordi: dagli esordi adolescenziali, alla composizione musicale e a cosa vuol dire essere artista.

di Marta Cerù

 

Lei è un esempio di artista autodidatta: come è riuscito a emergere nel mondo della musica classica dove la formazione accademica sembra imprescindibile?

Salvatore Sciarrino: Essere un autodidatta mi sembrava agli inizi una vergogna, poi durante il periodo dell’insegnamento in conservatorio ho cominciato a vantarmene. Oggi, osservando come si insegna male la creatività, dovrei ricominciare a vergognarmene.

O no? Penso che il mio percorso sia anomalo ma non sbagliato. Tutti dovrebbero formarsi come ho potuto io.

Quando sono arrivato a insegnare al conservatorio per esempio c’era una certa libertà. Io ero molto timoroso, insicuro della mia formazione, ma negli anni mi sono reso conto che si insegnava la grammatica a chi voleva diventare poeta.

In pratica si spostava l’accento dall’importanza estetica a elementi di pura enigmistica. Invece l’unica cosa importante è stimolare la creatività infantile, a tutto raggio e senza costrizioni.

Altrimenti si generano macchine contabili, anziché sviluppare la curiosità, l’amore e l’interesse per il mondo.

Questo sarebbe il compito della scuola che invece purtroppo tende a distruggere la creatività.

Salvatore Sciarrino ritratto surrealista con i suoi spartiti musicali

Salvatore Sciarrino per the Mag

Come può emergere allora l’artista?

Salvatore Sciarrino: Ognuno ha bisogno di coraggio, energia, soprattutto se la posizione in cui si pone è controcorrente. Per me è stato così.

A un certo punto mio padre e i miei fratelli mi hanno prospettato con una certa pressione delle alternative alla musica. In pratica o lasciavo la musica o me ne andavo. Senza il loro ultimatum non avrei mai avuto il coraggio di lasciare Palermo.

Aver assimilato e superato quel rifiuto mi ha reso inquieto, spinto sempre a cercare, andare…

Cosa l’ha avvicinato alla musica?

Salvatore Sciarrino: Credo che l’ambiente determini gli stimoli che il bambino o l’adolescente sceglie di assumere su di sé.

Nel mio caso, l’approccio alla musica e all’arte è stato più una passione totale, una mania, una malattia se vogliamo.

Io stesso mi stupisco di come a un certo punto abbia abbandonato tutti gli altri interessi per la musica. Però è vero che ero un bambino particolare.

Sebbene i risultati non fossero straordinari all’inizio…

Quindi la famiglia è stata la prima influenza…

Salvatore Sciarrino: Sicuramente l’ambiente familiare e le abitudini mi davano appiglio. Non mio padre, ma mia madre e mia sorella cantavano da dilettanti e quindi erano appassionate di musica.

Ho due fratelli maggiori, uno dei quali aveva cominciato a comporre musica, però lo faceva in un modo che io ho rifiutato. Per lui la musica era un hobby, non richiedeva impegno, mentre per me la musica è importante e non può compiacere solo se stessi.

Oggi si tende a considerare la creatività come patrimonio di tutti, nel senso che tutti possono essere artisti. Io non sono d’accordo.

Cosa distingue l’artista dal creativo?

Salvatore Sciarrino: La creatività è di tutti, non c’è cellula vivente che non sia creativa.

L’essere artisti è una cosa diversa, perché vuol dire ogni volta entrare in crisi e trovare il modo di uscirne.

Solo vincendo l’inerzia del proprio mondo personale si può sperare di accedere a un linguaggio che accomuna le persone.

E quello è il mondo dell’arte. La cultura è qualcosa che tiene unita e caratterizza la società.

Salvatore Sciarrino

Salvatore Sciarrino per the Mag

Ci racconti, come è arrivato a Città di Castello?

Salvatore Sciarrino: Lasciata Palermo, sono andato a Roma. All’inizio non è stato facile sopravvivere, ma furono gli anni più belli.

Non è la sicurezza del denaro che fa la differenza, ma è l’atmosfera che si riesce a creare, a vivere, a recepire dagli altri. Lavoravo come copista per la Ricordi, eseguendo lavori che altri copisti rifiutavano perché troppo difficili da decifrare (sempre nell’ambito della musica contemporanea).

È stata una fortuna che mi ha permesso di perfezionare la mano e impratichirmi del mestiere.

Ricevevo compensi tali da lavorare due mesi l’anno e per il resto mi dedicavo alla composizione.

Dopo Roma Milano…

Salvatore Sciarrino: Proprio con Ricordi ho firmato il contratto di esclusiva come compositore e così è finita la carriera di copista.

Ricordi era a Milano e lì mi sono dovuto trasferire. Nel 1972 ho esordito alla Scala e in seguito sono partito per il servizio militare, senza il quale non avrei potuto insegnare.

Al Conservatorio di Milano, il Direttore Marcello Abbado mi ha scelto grazie ai titoli artistici che a quel tempo contavano come i titoli accademici che io non avevo.

Ero invece già noto come compositore.

E Città di Castello?

Salvatore Sciarrino: Di fatto ero stufo di Milano, mentre già tenevo a Città di Castello i corsi estivi di composizione.

Era il periodo in cui si respirava la speranza che il centro storico potesse rinascere. Così ho comprato la casa che ho adesso e di cui mi ero innamorato perché luminosissima.

È stato uno degli avvenimenti più significativi per la mia vita. Non nascondo che ho avuto dei ripensamenti, mi sono trasferito per un periodo a Cortona. Però quel paesaggio sconfinato è qualcosa che non è entrato nella mia vita.

È bellissimo ma è come guardare da lontano una cartolina… qui amo la varietà delle colline: un mare che non si finisce mai di esplorare con onde di boschi una dietro l’altra a seconda della luce. È qualcosa di insostituibile.

Cosa consiglierebbe a chi si avvicina alla composizione?

Salvatore Sciarrino: Io mi abituerei a qualsiasi tipo di musica.

Cercherei di aprire la testa alla curiosità. Perché il mondo della cultura è un mondo di viaggi.

E nel viaggiare bisogna godersi l’altro da sé. Occorre scoprire non solo conoscere.

È l’avventura della scoperta, più del viaggio in sé, a dare emozione ed energia.

L’intervista di Salvatore Sciarrino al al Guardian

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Pubblicato da

Redazione di the mag

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