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Sul palco di Anghiari, tradizione e innovazione.

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Sul palco di Anghiari, tradizione e innovazione.

teatro

Intervista ad Andrea Merendelli, responsabile e direttore artistico del Teatro toscano.

di Marco Polchi

Un palcoscenico aperto e vivo diventa un punto di riferimento della comunità, come rispondono Anghiari e il comprensorio circostante?

La risposta è molto varia e non sempre corrispondente agli sforzi organizzativi. Capita che un evento di secondo piano catturi il pubblico, così come capita che uno faccia sforzo mostruoso per portare ad Anghiari un grande artista internazionale, e venga ignorato o poco considerato. Non esiste una regola d’oro per riempire un teatro, in provincia così come in un contesto metropolitano, ma se conosci la “tua gente”, e gran parte del tuo pubblico lo chiami per nome, difficilmente ci si sbaglia.

La stessa meraviglia che si prova nel vedere certi artisti sul palco di Anghiari, vero?

Anghiari ha un Teatro aperto e attivo tutto l’anno, che ha fatto in 17 anni centinaia di eventi, scoprendo anche talenti come Ascanio Celestini (primo teatro aretino ad ospitarlo), ospitando i vari Crozza, Aldo Giovanni e Giacomo, Banda Osiris (questi ultimi anche coprodotti), Vergassola, Hendel, Gnocchi, Benvenuti e tanti altri ancora… Credo che la popolazione possa andarne orgogliosa, poiché ha senz’altro contribuito a tenere viva la curiosità di un’intera valle. Sul palcoscenico di Anghiari sono stati scritti film e sceneggiature, come quelle di “Riprendimi” di Anna Negri, con l’attrice valtiberina Valentina Lodovini, “Il sogno del maratoneta” di Leone Pompucci, vincitore del premio Fiction Italia 2012 e recentemente “Italian Movies” di Matteo Pellegrini, che è uno dei 7 film scelti dall’Anica a rappresentare l’Italia nel mondo.

‘Imparare a mentire la verità’ è lo slogan della scuola di teatro… cosa significa?

«Si dice che il Teatro sia il luogo della finzione. Molti italiani pensano (sempre più spesso) che il luogo della finzione sia l’anfiteatro di Montecitorio. Ecco che il confine fra Verità/Menzogna diventa sempre più sottile, e allora, un po’ per gioco e un po’ per studio, si cercherà di capire qual è il confine fra il vero/falso, e come in un grande quiz a risposta secca, chi partecipa avrà la risposta».

E come sono impostati i corsi?

I corsi sono aperti a tutti, dai 16 ai 99 anni. Sono corsi dove si “gioca e si lavora” per tenere vivo il corpo e sviluppare l’uso della voce, troppo spesso compressa dalle fatiche del quotidiano. Corsi per diletto, ai quali si aggiungono approfondimenti che invece possono interessare da vicino anche i professionisti, come il seminario “Di me stesso. Dalla scrittura di sé alla scena” che si è appena concluso e che ha visto la partecipazione di Giuseppe Di Leva, autore di Carmelo Bene e fondatore del corso di drammaturgia presso la Scuola Paolo Grassi di Milano.

Se dico ‘Tovaglia a Quadri’, cucina e teatro vanno di pari passo?

«Da sempre, e non l’abbiamo certo scoperto noi. Ma Tovaglia a Quadri, 18 anni fa, ha di sicuro reinventato e reso unico questo connubio gastro-teatrale, rendendolo inscindibile e strettamente legato al luogo dove si svolge e alla vita dei suoi abitanti. Tovaglia a Quadri è più di uno spettacolo con cena: è un’esperienza».

Tra musica, concerti, danza, letture, recitazione e party tematici, come si costruisce una stagione di spettacoli? Cosa ci vuole?

Quante pagine ho a disposizione?! Ci vogliono connessioni, moto perpetuo per visionare e ascoltare, precarietà, fame, curiosità, voglia di far transitare il mondo nel tuo piccolo mondo. Ci vogliono Sogni. Abbattimento delle barriere convenzionali luogo/prodotto/genere. Alcuni ingredienti, oltre a una certa incoscienza fanciullesca, per tenere insieme tutto, senza soldi, o con pochissimi soldi. Difficile spiegare gli effetti benefici sulle giovani generazioni di un teatro aperto. Lo sanno solo quei genitori che, convertiti sulla via di Damasco, hanno visto cambiare in meglio i propri figli grazie alla visione e pratica di un Teatro.

Una caratteristica, direi molto originale, dell’attività del Teatro di Anghiari sono le Pulpito Nites. Da dov’è nata l’idea?

«Il Pulpito nasce da sé stesso: tra il ‘700 e l’800, gli accademici recitavano da questo pulpito le loro orazioni accademiche, e facevano piccole performance/concerti in cima al ballatoio. Questo perché il Teatro era freddo da riscaldare d’inverno, e il Pulpito aveva il caminetto. Quella stanza cadeva a pezzi, e scatta l’idea: un Pulpito per artisti, di ogni razza e colore musicale/teatrale/letterario. L’amministrazione ci ha creduto e ci ha messo a disposizione un po’ di manovalanza. Michele Corgnoli ha messo in piedi una prima programmazione e siamo partiti. Ma dietro il Pulpito c’è un mondo. E ogni sera una sorpresa…»

Cosa significa essere il direttore artistico di una realtà teatrale così vivace?

«Tutto quello che ha generato questo luogo è un qualcosa di unico e irripetibile. Il pubblico ci ha dato sempre soddisfazione. Tenere insieme la “macchina” di questi tempi è durissima. Sembra che in Italia un Teatro aperto, sia considerato più un “lusso” che un “bisogno sociale”. Le amministrazioni municipali arrancano, e noi comprendiamo le difficoltà a garantire i servizi minimi ai cittadini. Ma crediamo altresì che un luogo di benessere psico-fisico, abbia sempre una ricaduta positiva su tutto il tessuto sociale. E non è mai invisibile».  

Come si incastrano i tanti impegni? 

Gli impegni si incastrano da acrobati. Si fa fatica, specie per le economie ridottissime. Tutti lavorano a condizioni da beffa (o più spesso a gratis). Ma ne sarà sempre valsa la pena, anche se l’unicità del Teatro di Anghiari (e mi permetto di spezzare un freccia nel cuore del cavallino regionale) non è stata a nostro modo di vedere adeguatamente riconosciuta e premiata dalla nuova legge regionale. Gli oltre 600 spettacoli, i 200 concerti, le oltre 50 produzioni e coproduzioni ospitate (vincitrici di premi, fra cui l’Ubu per attori non-protagonisti), le 12 produzioni audiovisive (molte delle quali vincitrici di premi nazionali) i 25.000 spettatori mossi in questi anni, non hanno ‘mosso’ quanto avrebbero meritato. Ma questa, è un’altra storia..

Crozza

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