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THE FABULOUS FAB – Fabrizio Manis

3 min.

Grafico, illustratore, artista e visionario. Se vi guardate bene intorno troverete spesso la sua firma, la sua visione delle cose; troverete lui: Fabrizio Manis. Fabrizio è uno dei più importanti e apprezzati grafici umbri, nato a Perugia ma tifernate d’adozione, ha collaborato per anni con il Festival delle Nazioni, sua è l’immagine della Mostra del Fumetto, del Libro Antico e del Museo del Duomo solo per citare alcuni lavori. The Mag ha parlato con Fabrizio in un fresco lunedì estivo. Ci ha raccontato la sua formazione, i suoi metodi, i suoi gusti.

di Giovanna Rossi e Marco Polchi

Hai compiuto da poco cinquant’anni, celebrati con un’azzeccatissima immagine in quadricromia sui social network. Ci racconti un po’ come hai iniziato e perché hai scelto l’arte grafica?

«Penso prima di tutto che questa mia passione sia innata, come credo che in generale l’esperienza di tutti sia già segnata. Personalmente ho fatto quello che ho fatto perché volevo essere questo. Ma non sono autodidatta, ho intrapreso un percorso di studi iniziato con l’Istituto d’Arte e proseguito all’ISIA di Urbino (Istituto Superiore Industrie Artistiche, ndr), all’epoca unica realtà statale nel suo genere molto selettiva. Sono stati anni magnifici in cui ho affinato la mia manualità, il digitale non esisteva – ricordo le ore in camera oscura! – e nei quali ho incontrato persone davvero importanti per la mia formazione. Mi piace ricordare,  tra tutti, Michele Provinciali e Alfred Hohenegger, due maestri».

Com’è cambiato il modo di fare grafica negli ultimi 20-25 anni?

«Certo, io nasco come grafico editoriale, la mia formazione è tipografica quindi molto manuale e a contatto con i materiali. Ricordo però che durante l’ultimo anno di ISIA mi trovai per la prima volta davanti a due computer – Mac ovviamente! – e di come un professore ci disse: ‘da ora in poi scordatevi forbici e colla, questo sarà il vostro nuovo strumento di lavoro’. Il vero cambiamento è avvenuto con l’arrivo di internet e del web; nuovi linguaggi, nuove tecniche di comunicazione. Quello che è rimasto invariato è il senso estetico che si deve esprimere».

Ma, secondo te, la grafica s’improvvisa? È sufficiente avere una buona conoscenza informatica?

«A mio parere no… anche se dipende dal livello di professionalità richiesta. Non posso impedire a nessuno di crearsi la propria immagine o di farla realizzare dal ‘cugino bravo col pc’, ma ci sono delle situazioni in cui è necessaria una preparazione che non si può improvvisare. E poi non importa se usi il mouse o la matita, quello che conta è come tu vedi le cose attraverso la grafica e la comunicazione. Se non hai niente da dire non sei un comunicatore».

Tendi a condividere le tue conoscenze oppure tieni tutto per te?

«Spesso nel nostro ambiente tutto è molto segreto mentre io sono l’esatto contrario. Mi piace trasmettere. In fondo quello che conta non è tanto sapere una cosa e tenerla per sé, ma condividerla per aggiungere un qualcosa in più. È il ‘come’ si utilizza una conoscenza il tratto distintivo di ciascuno».

Lavori da molti anni a Città di Castello

«Sì e sono molto legato alla Mostra del Fumetto, che considero un gioiello – anche perché amo molto il fumetto! – così come al Festival delle Nazioni che ho curato per 14 anni. Città di Castello è il mio nido. Una volta l’ho definita la città ‘morbida’, perché accogliente sia a livello umano che professionale. Tuttora, ci sono molte realtà grafiche e tipografiche guidate da persone  e imprenditori che sono dei veri maestri e che padroneggiano un mestiere. Sicuramente Città di Castello deve riappropriarsi delle sue radici rinascimentali, in questo modo può aspirare a un ulteriore salto di qualità artistico e industriale».

L’anno scorso hai curato, insieme ad altri, la mostra su Andy Warhol: che esperienza è stata?

«Bellissima! Il linguaggio così moderno, contemporaneo ma già classico di Warhol si è unito all’aspetto rinascimentale della città, penso agli eventi in Pinacoteca. La città ha scoperto di poter essere un contenitore d’arte».

Qual è l’aspetto del tuo lavoro che ti piace di più?

«In assoluto impaginare un libro, immergermi nelle pagine e organizzarne i contenuti dando loro un ritmo particolare, come se fosse musica. E poi amo andare in tipografia, sentirne gli odori, ascoltare i rumori delle macchine perché in fondo la grafica colpisce per primi gli occhi, ma coinvolge tutti i sensi indistintamente».

La campagna pubblicitaria più brutta che hai mai visto?

«Sarò scontato e banale ma direi quella di Pittarosso!».

E la migliore?

«Qui vado indietro nel tempo, quelle su carta stampata di Armando Testa, per me un vero maestro».

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