Tutta colpa di Topolino e Alan Ford

Claudio Ferracci, classe ’53, una vita dedicata a disegnare: è la cosa che mi piace di più in assoluto. Fondatore della Biblioteca delle Nuvole, amante del fumetto, ha iniziato a disegnare “per colpa” di un compagno di classe alle elementari e da allora non ha mai smesso.

TESTO: ANDREA LUCCIOLI

Tutta colpa di Topolino, di un compagno di scuola bravissimo a disegnare i personaggi celebri di Walt Disney e di quel primo numero di Alan Ford consumato fino alla distruzione.

Claudio Ferracci è molto di più che un semplice illustratore del collettivo Becoming X, è l’artefice di quel piccolo grande miracolo che è la Biblioteca delle Nuvole e molto altro.

Suoi i primi live drawing a Perugia per far vedere che “i fumetti non li fanno mica i computer”.

Oggi, grazie alla sua esperienza e al suo talento, ha tantissimo da dire e insegnare: “Lo stile? Solo chi lavora tantissimo riesce ad avere un tratto inconfondibile”.

Ecco la nostra intervista!

Quando hai deciso di diventare un illustratore e perché?
“A sei anni sono andato in prima elementare. Fino ad allora ero un bambino normale, poi nella mia classe c’era questo bambino che disegnava Topolino e Paperino come fossero stampati e rimasi senza parole. Mi è scattata la molla, la passione. Inoltre ero un bimbo timido e le persone introverse disegnano molto da piccoli. Il disegno mi ha aiutato molto ed è anche per questo che ancora oggi disegnare è la cosa che mi piace di più in assoluto. C’è anche un altro aspetto per cui mi sono ritrovato a disegnare: sono del ’53 e quando ero piccolo non c’erano molte occasioni per stimolare la curiosità, ma c’erano i fumetti. E io mi ero innamorato dei fumetti”.

Quali sono i tuoi soggetti preferiti?
“Prima ancora di soggetti, per me c’è un altro aspetto che è fondamentale. A me intriga lo stile di chi disegna. Non mi piacciono i disegnatori troppo semplici, pensiamo alle strisce di Peanuts, ma allo stesso tempo non ho particolare attenzione per i disegnatori iperrealisti, perché tolgono fantasia. Ho sempre preferito la via di mezzo, una strada dove la semplicità si unisce a una dose di realismo e mi consente di far recitare veramente i miei personaggi e renderli comunicativi. Azzeccare la forma più adatta a comunicare quello che abbiamo in mente, è fondamentale”.

Qual è stata la tua formazione?
“La rivista di Topolino è stata la mia vera formazione grafica. Anche se non ho mai apprezzato tutto quello che veniva disegnato nei numeri che trovavo in edicola. Mi madre mi diceva che era Walt Disney a disegnare ogni storia, ma il mio occhio già capiva che c’erano diverse mani dietro e questo mi affascinava. Questa è stata la mia prima formazione, poi avrei voluto frequentare l’istinto d’arte, ma finì al geometri con grandi difficoltà a imparare il disegno tecnico. Io ho una mano ‘tonda’. Alla fine ho fatto tutto, disegno industriale, edile e infine materiale di comunicazione per il Comune di Perugia”.

Che tecniche usi e prediligi?
“Ogni tanto mi studio una tecnica nuova! Lavoro ancora in analogico e ho sempre cercato tecniche poco faticose, è una cosa che ha a che fare con la mia pigrizia. Quando il disegno comunica con tutti i suoi elementi, non mi metto a fare quel lavoro di finitura e imbellettatura che altri fanno. Mi annoia. A me piace l’essenzialità di ciò che disegno: quando mi rendo conto che sto comunicando quello che avevo in testa, mi fermo. Comunque ora mi sono innamorato dei pastelli, anche se sono sicuro che tra sei mesi questa cosa mi passerà. L’unica cosa che mi pesa è questa del lavorare in analogico, mi sta stretta e credo si arrivato il momento di cominciare a utilizzare il digitale. Ho conosciuto questo disegnatore argentino che da 60 anni lavora in analogico e a oltre 74 anni si è messo a lavorare con l’iPad trovandosi benissimo, ce la posso fare anche io che sono più giovane!”.

In un mondo dove i creativi sono sempre di più, anche grazie alle nuove tecnologie, qual è il segreto per restare originali?
“I grandi maestri hanno tutti un tratto inconfondibile, ma lo raggiungono dopo molto lavoro e molto tempo. Non tutti sono dei ragazzi prodigio, anzi. Il fumetto è un lavoro artigianale in cui bisogna essere sempre un po’ insoddisfatti perché questa è la chiave per cercare di migliorarsi, affinare il proprio stile e renderlo personale, riconoscibile. Io ho sempre prodotto troppo poco in tal senso, ma sono ancora in tempo”.

Chi è il tuo maestro/fonte di ispirazione?
“I miei sono maestri generazionali. Il primo tra tutti è Magnus (Roberto Raviola, ndr) che ho scoperto con Alan Ford. Credo di aver letto il primo numero più di cento volte, l’ho consumato! Poi sicuramente Andrea Pazienza e Moebius, il più grande di tutti nel ‘900”.

Il lavoro di cui sei più orgoglioso?
“Quando finisco un lavoro non sono mai soddisfatto, quando lo vedo stampato ancora di meno. Però ce ne è uno di cui sono particolarmente orgoglioso: un’edizione di Pinocchio in dialetto perugino. Un lavoro gratuito e proprio per questo ho avuto la massima libertà di espressione, è stato molto bello, senza considerare la “sfida” su un personaggio disegnato da grandi maestri come Jacovitti e Mattotti”.

Come sei finito in mezzo al progetto Becoming X e i live drawing?
“Io credo che a volte delle piccole magie possano accadere. Così è stato con il progetto Becoming X. Alla Biblioteca delle Nuvole facevamo già da tempo piccoli live drawing, erano un’occasione per far vedere alle persone che il disegno e il fumetto sono opere d’artigianato, non le può fare un computer che altro non è che una matita più raffinata. Lungo queste attività mi è capitato di conoscere Daniele Pampanelli e tutto il collettivo e così è iniziata la collaborazione. Daniele è un disegnatore formidabile e anche un leader, ma anche io non scherzo. Eppure ci siamo trovati, ci stimiamo ed è nata una bellissima collaborazione. Non vedo l’ora di organizzare un nuovo live drawing alla Galleria nazionale dell’Umbria, siamo riusciti a fare grandi cose insieme e far scoprire il disegno a tante persone”.

Su cosa stai lavorando al momento?
“Ho realizzato un mazzo di carte del mercante in fiera in dialetto bolognese. Sto realizzando delle copertine per dei libri di un editore che ora vorrebbe lanciarsi anche in un progetto che mi stimola molto: recuperare vecchie favole di inizio ‘900 e aggiornarne la parte grafica con le mie illustrazioni. Un progetto che è ancora in cantiere, ma che mi piacerebbe molto realizzare”.

Published by

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.