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Una sbirciatina nell’Harem

erika-calleri- Accademia di Danza di Città di Castello
3 min.

In un’ora di chiacchierata con Erika Calleri ho imparato più sulla cultura araba di quanto avevo appreso fino ad oggi, pur essendo una persona curiosa di natura. Erika è una maestra di ballo, non certo una professoressa universitaria, ma è specializzata nella Danza Mediorientale, quella che viene chiamata di solito Danza del Ventre. È una donna che incarna ciò che di meglio l’arte ha da offrire: la capacità di far incontrare persone di culture diverse, innalzando gli animi e creando unità.

Di Breon O’Farrell

La sua figura si nota a distanza, sembra emergere dall’unione di grazia e bellezza. Il suo stile è attento alla moda e corredato da accessori mediorientali, come gioielli di pietre, tatuaggi e piercing. È una donna matura e sicura di sé, lo dimostra dal manierismo con cui avvicina la tazza di cappuccino alle labbra. Ha una genuina fiducia in se stessa, dovuta alla consapevolezza di eccellere in quello che fa e non certo dall’essere oggetto di apprezzamento superficiale da parte dello sguardo maschile. Con la danza riesce a trasmettere il suo luminoso sorriso all’osservatore, che diventa così partecipe della gioia intrinseca nel ballo. Sono stato invitato ad assistere a un’antica tradizione di una cultura che è spesso origine di malintesi. Parlando di mondo arabo, i titoli dei giornali sono soprattutto incentrati sulla paura o la rabbia.

Al contrario Erika e il suo gruppo di danzatrici esprimono un’altra dimensione da associare a questa cultura. Il loro mondo è l’Accademia di Danza di Città di Castello, dove Erika insegna due volte a settimana a donne e ragazze davvero motivate, provenienti dalle varie cittadine vicine. L’obiettivo iniziale di questo gruppo era imparare la Danza del Ventre, per poi passare alla cosiddetta “Drum solo” e alla “Danza Tribale”, che è poi la specialità di Erika. È stata lei infatti a portare per prima nelle nostre zone questo tipo di ballo, una danza di gruppo dallo stile molto complicato. Le allieve di Erika hanno imparato con il tempo ad eseguirla ballando da soliste o come elementi della coreografia. “Qual è il pregiudizio più infondato che le persone hanno rispetto alle danze mediorientali?”

Ho chiesto a Erika. “Spesso trovo persone che credono ci sia un qualche tipo di legame tra la Danza del Ventre e la prostituzione, cosa assolutamente falsa!” mi ha risposto, aggiungendo che al contrario la Danza del Ventre è forse la forma di danza più antica ed è profondamente legata a una cultura mitologica secondo la quale in origine le donne dominavano la società ed erano considerate sacre. Di fatto l’atto di dare la vita attraverso il proprio corpo era considerato dagli uomini una capacità divina, quindi magica.

Mi ha anche spiegato che la parola “Harem” significa “proibito”, nel senso di “vietato agli uomini” e non certo “bordello”, come spesso viene fatto intendere nei film. “Le donne mediorientali vivono ambiti separati da quelli degli uomini e le ragioni sono comprensibili”, continua Erika. “Hai mai visto come pregano i Musulmani? Non sono seduti su banchi di legno! Non sarebbe così facile per gli uomini concentrarsi sulla preghiera e sulla spiritualità se nella fila davanti ci fossero donne in preghiera anche loro inginocchiate e chinate per terra!” L’istinto naturale maschile di guardare una donna attraente è alla base di conflitti in molte comunità religiose.

Questo stesso istinto spinge un pubblico numeroso ad assistere agli spettacoli organizzati dal gruppo di Erika. Gli occidentali sono spesso traviati da una visione errata e fantasiosa dell’Harem: un luogo dove donne seminude, accaldate dal clima afoso, danzano per il loro signore trastullato e coccolato da schiave che gli offrono uva. È una fantasia erotica che prevale nell’immaginario maschile. Ma non ha niente a che vedere con il significato di Harem, che è in realtà la parte della casa abitata dalle donne, dove gli uomini non sono ammessi. Erika riesce ad aiutare le donne a mantenersi in forma mentre riscoprono e mettono in evidenza la loro femminilità, che può emergere in un contesto protetto grazie all’effetto catalizzatore della danza, sia durante la lezione che di fronte al pubblico. Ho potuto infatti osservare la trasformazione delle studentesse.

Arrivano un po’ anonime, coperte da cappotti e giacche invernali, ma appena il ritmo incalza e cominciano a seguirlo si trasformano in donne attraenti, uniche e sicure del potere della propria femminilità. Mi hanno fatto venire voglia di provare questo rito liberatorio, ma purtroppo gli uomini non sono ammessi! C’è sempre un motivo dietro i vari programmi di interscambio artistico e culturale tra diverse nazioni. Si tratta di favorire la comunicazione e la comprensione attraverso il terreno comune dell’arte. Più si conosce e si comprende l’altro, più diventa difficile disumanizzarlo e arrivare all’odio e all’assassinio.

Erika lavora per creare un ponte tra due culture di per sé molto ostinate e orgogliose. E sbirciare nel suo Harem vuol dire rendersi conto che non è un luogo di prostitute e men che meno di terroristi fanatici pronti a immolarsi con una bomba al collo. Quello che invece scoprirete, assistendo a uno spettacolo di Erika Calleri e delle sue danzatrici, sarà un gruppo di donne unite e ben preparate che si dedicano alla disciplina della danza con passione tutta femminile.

erica calleri


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Pubblicato da

Redazione di the mag

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