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Vasco Ascolini, la vertigine del nero. Alla corte del Maestro della luce

4 min.

Vasco Ascolini, poco conosciuto in Italia, considerato un Maestro della luce all’estero, specialmente in Francia dove è stato nominato Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres dal Ministero della Cultura e negli Stati Uniti, reggiano d’Emilia classe 1937, è un raro esempio di coerenza stilistica e cacciatore di emozioni su pellicola fotografica che ha creato un nuovo modo di guardare la fotografia.

di Maria Vittoria Malatesta Pierleoni e Enrico Milanesi
con Valter Scappini 

Molte immagini di Vasco Ascolini sono oggi conservate nei più importanti musei d’arte del mondo e delineano un percorso che prende le mosse dalla fotografia di scena.

Si insinua negli spazi architettonici e museali, con un tocco metafisico in cui domina la figura umana, la luce è complice e partecipe alla celebrazione del buio, secondo una ricerca personale continua.

Siamo andati nella sua casa di Reggio Emilia insieme agli amici del Citerna Fotografia Enrico Milanesi e Valter Scappini per conoscerlo meglio.


L’intervista

Guardando la produzione di Vasco Ascolini viene da chiedersi: come nasce la caratteristica predominante negli scatti dei bianchi e neri assoluti?

«La mia cifra è il frutto di un percorso.

Ho cominciato col fotoreportage, nell’epoca in cui Mario Giacomelli imperava e io volevo documentare quello che succedeva nel Ricovero per anziani di Reggio.

All’epoca non cercavo ancora il nero, usavo solo i toni scuri.

Mi sentivo però un intruso in quelle stanze a ritrarre persone così sofferenti quindi ho smesso.

Contemporaneamente, il Teatro Municipale di Reggio stava diventando il più importante canale di diffusione della cultura e serviva una figura professionale che si occupasse di documentare l’Archivio.

Iniziai così l’avventura di fotografo documentario ufficiale che sarebbe poi durata per venti anni.

Lavoravo 2 serate per l’Archivio fotografando balletti, mimi ed opere teatrali mentre la terza replica la riservavo come occasione di studiare l’essere umano in quanto tale.

Da lì è nata la scelta stilistica di utilizzare il nero per potenziare il bianco ma anche la gamma di colori.

Il nero, in quanto negazione degli altri, li contiene tutti».

Si può dire che fotografia e teatralità parlino lo stesso linguaggio. Oltre a ricorrere al nero, una delle tue costanti è il frammento. Da dove viene questa scelta?

«Per me la fotografia è mostrare poco e far immaginare molto.

Scelgo di fotografare solo una parte per poter stimolare l’immaginario di chi guarda:

è la teoria della parte per il tutto, la cosiddetta pars pro toto, così resta sempre un alone di mistero.

Nascondendo una parte della realtà inquadrata si avverte la sensazione di disagio per ciò che non ci è dato di vedere mentre dove la luce accarezza i corpi, li ridisegna e li rivela.

Gli esseri umani possono diventare statue e le statue persone. La fotografia non deve finire nel supporto cartaceo ma deve continuare al di fuori.

Non a caso, uno dei miei film preferiti è La rosa purpurea del Cairo, dove gli attori escono dallo schermo e interagiscono al di fuori».

Sarebbe azzardato dire che certi stilemi del teatro si ritrovino in qualche modo trasposti anche in architettura e scultura?

«C’è una corrispondenza se non addirittura un proseguimento della mia ricerca personale, tranne in una fotografia per la quale non ho rispettato il sacro principio delle linee laterali che non devono cadere.

Per necessità ho inventato una nuova geometria e, lavorando in analogico, non ho potuto correggerlo come invece si potrebbe fare ora.

C’è perfino un confronto con il tempo: la figura umana è caduca e avrà una fine mentre le sculture sono eterne».

Perché ha deciso di lavorare più all’estero e hai preferito la Francia in particolare, rispetto all’Italia?

«Sono italiano per nascita ma per quanto riguarda il mio lavoro, l’Italia mi è stata matrigna.

Per fortuna sono stato adottato da Francia e Stati Uniti dopo il Teatro Municipale.

Dalla Francia sono arrivate le prime committenze per i musei più importanti, dal Louvre al Rodin e gli incarichi per il Ministero della Cultura.

Quando portai alcune mie foto ai Rencontres ad Arles, la conservatrice alla fotografia del museo Reattù ne scelse alcune per completare la mostra Fissità nell’eternità e mi assicurarono l’incarico per dell’anno dopo.

Uno dei momenti più belli della mia carriera.

Allo stesso tempo, il Lincoln Center di New York si stava adoperando per introdurmi in alcune gallerie».

Spesso le tue foto vengono associate al senso di vertigine che convogliano. Sei d’accordo?

«Assolutamente.

Camminare nel nero per tanto tempo convoglia un senso di smarrimento e vertigine che io stesso ho provato e che associo anche al silenzio e alla paura». 

Enigma, mistero e metafisica sembrano le tue dominanti. Quali sono i maggiori modelli di riferimento? 

«Sono sempre stato un accanito lettore fin da bambino e i libri d’avventura di Salgari e Kipling, stimolavano già la mia immaginazione.

Da ragazzo ho letto e riletto molti romanzi di Stevenson e Cuore di tenebra di Conrad.

Mi affascina Borges per la sua capacità di commistione di immaginario e reale, come la Metafisica di De Chirico del resto e sono sempre stato colpito dall’uso del nero in Caravaggio, Goya e Rembrant».

Il tuo lavoro va metabolizzato: non è di immediata intuizione. Quale prerequisito deve quindi avere chi osserva le foto?

«Deve essere appassionato sia di fotografia che di storia dell’arte oltre che avere la sensibilità che contraddistingue ciascuno di noi.

Quella che lancio è sì una sfida culturale ma anche la ricostruzione di un senso.

È lasciando la porta del reale socchiusa che si ravviva la nostra capacità immaginativa che ci spinge a scavare nell’inconscio e nella memoria».

Che ne pensi di quella che prende sempre più piede come “fotografia fast-food”, vittima del fenomeno della massificazione?

«Bisogna vedere il prodotto su carta per sbilanciarsi ma sono sicuro ci siano delle speranze.

Nello specifico, tollero ma non condivido che si faccia una suddivisione tra la fotografia di reportage, la regina della fotografia, e quella umanistica.

Ritengo la street art fotografia di reportage senza far fatica, priva di futuro e passato che dovrebbe limitarsi ad assurgere al fotogiornalismo in quanto difetta di coscienza, studio e preparazione». 

Un fotografo che apprezza?

«Ho guardato molto Mimmo Jodice del quale apprezzo tutto il lavoro prima del suo passaggio al digitale e Pierre Soulages per essere riuscito ad inventare altri tipi di nero, come un chimico». 

Le foto

info

www.vascoascolini.com

Pubblicato da

Maria Vittoria Malatesta Pierleoni

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