Viaggio al termine della mia notte (che non c’è più)

Karen Righi è stata la fotografa della nightlife umbra e non solo. I suoi scatti hanno raccontato un cabaret fatto di luci, corpi, energia. Ora quel mondo non c’è più. Resta un pizzico di nostalgia, migliaia di scatti e nuovi progetti.

TESTO: ANDREA LUCCIOLI 
FOTO: KAREN RIGHI

Un viaggio al termine della notte – e ritorno – con la macchina fotografica in mano. Karen Righi è una fotografa speciale. Un’istintiva dell’otturatore, una che si ispira al cinema e ama la notte, anche se di recente ha cominciato ad apprezzare la luce del giorno.

Questa premessa sul “nightshift” è necessaria perché Karen Righi è stata negli anni scorsi – e ancora lo è – una fotografa della notte.

O meglio delle notti. Quelle nei club dove si mettevano i dischi. Quei posti chiamati discoteche che sembrano provenire dal passato remoto e che ora non esistono praticamente più se non nelle località di mare e poco altro.

Righi, con la sua bravura e il suo sguardo curioso, è stata una testimone eccezionale della gente della notte in Umbria e non solo.

Oggi che quel cabaret ha cambiato radicalmente pelle (fermandosi per ora in un limbo), tra un filo di nostalgia e tanti altri lavori entusiasmanti da fare, proviamo con lei a raccontare com’è stato vivere e fotografare quel mondo così effimero da essere indimenticabile.

Passo indietro.

Quando hai cominciato a scattare?

“Ho iniziato a fotografare la notte nel locale che più di tutti ha segnato un’epoca non solo in Umbria, il Red Zone. Sono stata sempre appassionata di fotografia e di arte. Il mio approccio alla fotografia è iniziato grazie ad un amico di famiglia e a una Nikon 200 usata. All’inizio per divertimento, poi è diventato qualcosa di più. Quando sono entrata al Red Zone, infine, è cominciato anche il lavoro artistico. È stato incredibile scattare all’interno di quella discoteca. Amici, ospiti, dj, una giostra di luci e colori. Spesso allestivo anche uno spazio per dei set, è stato bellissimo”.

Alla ricerca della luce di notte. 

“Mi è sempre piaciuto scattare al buio, nei contesti con poca luce. Così come mi sono sempre divertita molto a creare dei temi che studiavo prima di andare a scattare, anche se la mia rimane di base una fotografia molto istintiva”.

Dopo il Red Zone ne hai fatte tante di cose…

“Sono entrata a far parte dello staff del Bella Ciao di Dj Ralf, ho lavorato al Cocoricò, alle serate Magic Mondays a Riccione e via via in tantissimi festival, l’Evolution con Moroder, il Mif Festival, ho scattato Sven Vath, gli artisti di Umbria Jazz, ho realizzato scatti per Soundwall, per il Dancity festival, Peter Hook e Paul Weller per Umbria Rock e poi tantissime altre collaborazioni legate al mondo della musica, della nightlife e della cultura”.

Hai studiato fotografia?

“Nasco come autodidatta, poi ho seguito diversi workshop e corsi per approfondire la tecnica. Ma riconosco i miei limiti, la mia è una fotografia istintiva, comunicativa. Io ho studiato comunicazione, questo è il mio lavoro. La fotografia è una parte di questa mia attività. Anche per questo difficilmente intraprendo una fotografia che non potrò sviluppare”.

A chi ti ispiri?

“Ho seguito diversi fotografi che sono diventati famosi grazie alla nightlife, penso a Davide Manea o Meschina. Io più che a qualcuno preferisco ispirarmi alla fotografia del cinema. Questo è il mio vero stimolo. La costruzione delle mie foto avviane attraverso un percorso di analisi della fotografia cinematografica”.

Fare del cinema in discoteca  attraverso gli scatti…

“Ho iniziato lì e non potevo chiedere di meglio: mi è sempre piaciuto scattare la notte e le persone che la vivono, i loro corpi, le loro trasformazioni. Conoscere quel mondo mi ha aiutato ad avere un punto di vista trasversale sulla vita. Mi ha aperto la testa, sia musicalmente che a livello personale. L’essere entrata in contatto con migliaia di persone mi ha permesso di capire la diversità, imparare a non discriminare. Di notte, nei locali, c’era una tale densità e diversità di umani che ti costringeva a metterti in discussione. In discoteca non c’era solo da ascoltare, ma c’era un mondo da scoprire e questo mondo era fatto di persone molto diverse”.

Hai avuto qualche mentore?

“Sicuramente Vinicio Drappo, lui mi ha insegnato a leggere le foto e capire quando una foto che apparentemente non mi piace, in realtà sia decisamente buona e viceversa. Lui mi ha dato la chiave di lettura giusta, in questo modo mi sono resa conto che ho fatto tantissime foto orribili! (ride, ndr)”.

Torniamo alla nightlife. Cosa abbiamo perso con la fine di quell’era di musica e divertimento?

“Le discoteche, i club, erano tutti posti dove si poteva scambiare energia. Dove c’era gioia, condivisione. La musica era al centro, ma poi c’era tutto il resto che rendeva ogni locale e ogni situazione unica. Poi le cose sono cambiante, si è cominciato a puntare molto su ospiti strapagati e magari si è lasciato indietro qualche aspetto che invece era fondamentale. La festa, l’energia, l’interazione e lo scambio che c’era nei club si è perso anche perché hanno preso il sopravvento forme molto più spettacolari, come i grandissimi festival con decine di super nomi dove però il rapporto di fruizione della musica cambia decisamente”.

Cosa ha rappresentato per te il mondo della notte?

“Scattare la notte per me ha significato entrare a contatto con mia timidezza. E soprattutto con le mie ansie, con le mie paure. La notte è diventata ben presto un alleato. Oggi, dopo due anni di fermo, ho scoperto però che dormire la notte mi piace anche dormire. Diciamo che quella è stata una bellissima fase delle mia vita a cui ogni tanto mi piace tornare”.

Ti manca?

“Non sono nostalgica, ma la fine di quel mondo è stata per un colpo al cuore. Sono sicura che molte cose rinasceranno, ma per me non sarà più come prima. Ho vissuto il mio momento, la mia magia, ora è tempo di fare anche altro”.

Ora ti occupi ancora di foto, lavori nel mondo della comunicazione e hai un progetto…

“Si chiama Trascendanza e abbraccia diverse discipline, arte, musica e foto. Ma non solo. È un progetto multidisciplinare volto alla sostenibilità culturale, ambientale e sociale che ha già realizzato diverse iniziative. Nasce da un’idea di Andrea Bistarelli, in collaborazione con altri ragazzi. Siamo un gruppo di persone molto eterogeneo e questo è un grande stimolo”.

Cosa stai fotografando ora?

“Ultimamente scatto molto per lavoro. La pandemia è stata un momento di stop, di pulizia. Quasi di distacco da quello che facevo prima. Questo mi ha fatto acquisire una nuova consapevolezza. Ora vivo la fotografia in maniera diversa, come se fosse una cosa molto mia. Un amore speciale che c’è e coltivo soprattutto per me stessa”.

INFO

www.karenrighi.com
IN/ karen__righi
FB/ karenrighiph

 

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Andrea Luccioli

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