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VINICIO CAPOSSELA – TRA POLVERE E OMBRE

Vinicio Capossela seduto su una poltrona con la chitarra fra le braccia e luce morbida da una lampada
2 Min. - tempo di lettura

Con lo spettacolo-concerto «Polvere» Vinicio Capossela racconta le storie della terra e dice: «Mettere in scena un disco serve a conoscere di persona le proprie visioni».

di Andrea Luccioli - foto immagine in evidenza di Luca Zizioli 

Signore e signori, benvenuti al gran teatro folk, fatto di musici, visioni e leggende, di Vinicio Capossela.

Sì, perché «Polvere», lo spettacolo portato in scena ai Giardini del Frontone di Perugia, è proprio questo: un palco immaginifico e magnifico dove il cantautore ha deciso di inscenare le sue radici, la sua terra, tradizioni, leggende e musiche destinate a dissolversi come polvere, restando attaccate alla pelle degli uomini.

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La tappa perugina del tour è stata, ancora, la testimonianza del forte legame tra Vinicio Capossela e l’Umbria nel nome di Sergio Piazzoli, per tenere sempre vivo il pensiero del grande promoter che fu tra i primi a credere in Vinicio.

Della sua «Polvere» e dello spettacolo che sta portando a spasso per l’Italia, il cantautore ha parlato ai microfoni di Radio Onda Libera (che ha messo a disposizione il contenuto per The Mag), cercando di spiegare perché, da qualche mese, ha deciso di diventare «la bestia del grano».

«Mi piace dare corpo alle mie opere, dice Vinicio Capossela, per questo vado a fare spettacoli e concerti solo quando c’è un progetto a cui ho lavorato. Credo che la messa in scena di un’opera sia un po’ come conoscere di persona ciò che si è realizzato, la propria visione.

Le “Canzoni della Cupa”, un lavoro che rimanda direttamente alla cultura della terra, agli spettri, alle leggende e alle radici degli uomini. Un mondo molto evocativo».

E cosa accade in questo mondo?

«Innanzitutto è un mondo che va portato sul palco attraverso un’ambientazione congrua.

Praticamente è dal 5 maggio che mi sono completamente calato nell’essere la bestia del grano, il mietitore e gli altri personaggi delle Canzoni della Cupa.

Personaggi che hanno un forte rapporto con la terra».

Di quale terra parli? Della tua?

«Non solo. Il mondo della terra, il suo immaginario, si somiglia ovunque e viene rappresentato attraverso il cosiddetto genere folk.

Che tu sia nel Nord del Messico o in qualsiasi altra parte del pianeta, troverai sempre uno spirito comune, un giacimento sotterraneo di cui ognuno ha la sua chiave d’accesso.

Il folk è la serratura nella toppa del nostro sottosuolo. La mia toppa è stata la terra dell’alta Irpinia, lì dove ci sono le radici della mia famiglia.

È un giacimento strettamente collegato ai miei genitori, ma allo stesso tempo è collegato con tutto il mondo».

 

[quote]Che tu sia nel Nord del Messico o in qualsiasi altra parte del pianeta, troverai sempre uno spirito comune – Vinicio Capossela[/quote]

 

Le “Canzoni della Cupa” sono divise in due parti.

«Sì, il lavoro è composto da due titoli diversi: Polvere e Ombre. Queste ultime, in particolare, le ho racchiuse così perché hanno uno spirito più vicino all’ombra appunto e alle leggende del soprannaturale.

Polvere, invece, si riferisce alle fatiche della terra, di una terra assolata. Ma anche a quel senso di frontiera che spesso la polvere evoca».

Un immaginario che poi hai deciso di ricreare dal vivo durante il tuo spettacolo.

«Il concerto è ambientato in una specie di zolla di terra con una decina di musicisti. Tra loro ci sono due mariachi, dei tamburi della Basilicata, due chitarristi, una donna che canta e anche un musicista con degli strumenti medioevali.

È tutto molto evocativo. Il concerto si apre con la ‘Bestia nel grano’, che sarei io, che entra in scena.

È un’esibizione molto forte e intensa, anche visivamente, come a dare fisicità alle canzoni.

Si prosegue con ‘Femmine’, brano sul lavoro di raccolta delle tabacchine e molto altro fino allo sposalizio finale, una specie di matrimonio con funerale, dove si cade tutti per terra».

E poi cosa succede?

«Alla fine di tutto, in questo grande sposalizio, arriva il momento della festa.

E qui entrano in scena i personaggi non invitati, quelli più ingombranti e chiassosi e senza i quali non c’è la festa appunto.

Sono le mie vecchie conoscenze, come il maraja, San Vito, il re della cantina e via dicendo.

Un grande ballo finale».

Progetti per dopo l’estate?

«Dopo l’estate, penseremo alle Ombre (la versione invernale del progetto che proseguirà in inverno)».

Vinicio Capossela posa appoggiato al muro con un cane

Vinicio Capossela fotografato da Valerio Spada

Vinicio Capossela ritratto con la chitarra mentre cammina su un campo di grano

Vinicio Capossela fotografato da Valerio Spada

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